“un giorno ti stuferai. o no? forse no. forse rimarrai fermo e stabile nel tuo nido di convinzioni assurde, secondo cui l’amore è eterno, secondo cui io sono perfetta per te. secondo cui non c‘è niente di meglio di un mio sorriso alla mattina appena svegliato.”
è successo così, quella sera: mi hai aperto gli occhi ed era mezzanotte. niente di peggio di sentirsi dire che è tardi per ricominciare. è questo che hai fatto: credendomi l’ultimo dei cretini, guardandomi con aria di sufficienza, sperando che mi voltassi dall’altra parte e continuassi a dormire lasciandoti fare le valigie in silenzio,sei uscita dalla mia vita.
mi sono chiesto quale modo peggiore avresti potuto trovare per dirmi quello che pensavi, quale momento peggiore per capire che io non ero l’uomo giusto per te, o per meglio dire, che non facevo a caso tuo. che avresti preferito, che so, un ballerino brasiliano o non so quale altro pompato muscoloso scemo che non facesse altro che guardarti con aria ebete. anch’io lo facevo: anch’io rimanevo incantato nel tuoi occhi quando guardavamo un film, e puntualmente mi perdevo tutta la trama e dovevo chiederti di rivederlo da capo. così tu ti scocciavi, ti alzavi, e ti chiudevi in bagno. ne uscivi con venti strati di fondotinta in più, che coprivano perfettamente le tue lentiggini che tanto amavo, e te ne andavi con non so quale amica in non so quale locale forse-un-pò-troppo-chic-per-me (cit.).
tutto questo per dire, che è stata proprio quella frase ad aprirmi gli occhi, a farmi capire che è veramente così, è come dicono tutti: voi donne siete le peggio creature che il signore potesse creare, e se avessi potuto scegliere se continuare a sentire la tua voce petulante fare idiote battuttine sul mio ultimo paio di boxer oppure andarmene in Finlandia a pescare tonni, beh, stanne certa, avrei scelto la seconda opzione. senza nulla togliere al tuo senso dell’humor, che per mia sfiga era più triste di una puntata di Buona Domenica.
era il giorno del mio compleanno, o per meglio dire, allo scoccare della mezzanotte, mentre tu sbattevi la porta gridando non so quale inconsulta offesa verso un qualche dio celeste, io compivo la bellezza di vent’anni. come se uscire dall’età dell’adolescenza per entrare in quella della pseudo-maturità fosse già lì per sè una passeggiata.
non è serata per ricordare tutte le cose belle passate assieme, qualunque esse siano: non ricordo nemmeno più quante volte hai cambiato colore di biondo in quei sei miseri mesi di convivenza, e quanti tipi diversi di smalto tu ti sia attentamente applicata sulle unghie, vedendo bene di ignorarmi con la tua non insolita aria da paris hilton. mi è più facile, per ora, collezionare nella mia testa tutte le volte che hai preferito uscire con il tuo obeso e puzzolente cagnolino che venirtene con me a fare una passeggiata.
e se vuoi saperlo, anche se non vorrei disturbarti ora che ti vedo lì seduta con le amiche che non mi hai mai voluto presentare, non ho passato niente di più noioso nella mia vita delle nostre serate all’insegna della cucitura dei tuoi pantaloni sbrindellati dai tuoi tacchi a spillo.
(visto? ce l’ho fatta fino alla fine a mantenere la calma, vedi una parolaccia da queste parti?)
stronza.
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CHE SICCOME LA MAESTRA CI HA DETTO CHE A BABBO NATALE LE LETTERE GLIELE MANDANO TANTI E NOI CHE SICCOME SIAMO SPECIALI NON POSSIAMO MICA USARE QUESTA SPECIALITA’ PER ANDARE AVANTI AI BAMBINI CHE ARRIVANO PRIMA E ALLORA CHE SICCOME C’E’ INTERNETT OGGI ALLORA LE METTIAMO QUI E CI SCRIVIAMO A BERLUSCONI CHE SICCOME HA I SOLDI E LO LEGGONO TUTTI ALLORA POI CI VOGLIONO TUTTI BENE A LUI E MAGARI ANCHE LUI UN PO’ A NOI COSI’ A GIRO!
scusate il maiuscolo ma c’era un topo incastrato lì nei tasti!
ALLORA! (squit)
caro berlusconi, a me mi manca taaanto la mamma però per favore se me la ridai dammela come a quelle della pubblicità così la presto in giro ai compagni e facciamo i soldini o magari anche una pista macchinine fai tu.
gigi
Se poi vai nella cina se puoi chiedere se vogliono bambini qua ce sono tanti tanti anche troppi gli facciamo gli sconti! tranne me che mi chiamo
gianselmo
car.ssimo Berlusconi, sarebbe tanto bello sedersi insieme o magari anche alzati! e cantaree tanti auguri a te tanti auguri a te tanti auguri gesù cristo tanti auguri a te! però non viene mai! comunque secondo me è pure un pò birbante. cioè noi tutti gli anni a festeggiare il compleanno suo e lui manco si presenta. che cazzo c’avrà da fa di così importante… non possiamo affesteggiarlo a te dal prossimo? (magari mi regali i robot giganti?)
stanlio
fammi svegliare incapace d’intendere e di volaere.
leopazio
CAro berlsuconi, voglio le bambole che hanno a loro volta bambole che sono così snob da non volere altre bambole!
voglio che quando mi alzano la gonnellina mi pagano!
lolita
gentile signore mi fai svegliare incapace di tendere e di volere come a mio cugino topazio e un pigiama nuovo?
samuele
vorrei camminare come i bambini normali oppure con la carrozzina che spara i razzi e vola oppure tutt’e due, senza canditi.
(qua non c‘è la firma ma è sicuro giuseppino che è l’unico così!)
e voi??
adesso vado a a dormire che se no mi rubano i sogni.
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Succederà che anche tu perderai e nemmeno te ne renderai conto.
la maestra alle elementari ti faceva ripetere le tabelline, ora le sai a memoria e non ti servono più a nulla; alle medie dovevi imparare tutti i fiumi dell’Emilia-romagna, al liceo cinquecento versi dell’Iliade. bene. oggi ti accorgi che nulla di tutto questo ti è mai servito a nulla. perché la memoria va a puttane e a te, neanche interessa molto saper fare i calcoli o ricordarti in che fiume ti si è impantanata la macchina l’ultima volta o quale cazzo fosse quella città di merda in cui abitava Menelao. così finisci per voler ricominciare da capo, e imparare tutte quelle cose che ti sei perso in circa dieci anni della tua ancora misera e corta vita.
poi non ti va nemmeno di sederti e far filosofia; non ti vengono le frasi giuste al momento giusto, non sei sveglio, non sei bello, non sai nemmeno come si accende una sigaretta, e l’unica volta che hai provato hai aspirato il filtro. non ti ricordi i compleanni e figurati se riesci a disegnare qualcosa di decente, perché gli animaletti che disegni a tuo nipote sembrano più bradipi che cavalli.
alla fine non sai nemmeno come hai fatto a perdere tutto quel tempo. le notte alzato a studiare, i minuti contati, i dieci minuti di svago il pomeriggio, i pranzi saltati per correre dalla tua ragazza che guarda caso ha avuto la brillante idea di andarsene col tuo migliore amico in un villaggio sperduto in Nuova Zelanda. ti rendi conto, povero imbecille, che quel fare troppe cose equivaleva a non fare proprio nulla. forse era meglio leggere più libri che imparare tutte quelle nozioni inutili e povere.
ora ti viene da piangere. e non ti ricordi nemmeno perché. tuo nonno i consiglia una cura al fosforo, come fa lui. non vedi che ora ricorda proprio tutto?
tuo nonno ha combattuto coi fascisti. con la sua aria antica ti osserva sorridente dalla sua poltrona e ti chiede
un altro whisky figliolo?
(pensa che non sei nemmeno sicuro che Emilia si scriva così. controlli e scopri che esiste pure il sito ufficiale di questa regione di merda.)
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È di oggi la notizia che vede protagonista il Premier dello stato delle Bahamas, Frank Ronald Johnson, autore (secondo i tabloid locali) di un mega finanziamento a favore di un’azienda affiliata al marchio Subbuteo.
Stanco di non veder rappresentata la propria nazionale di calcio negli scaffali dei negozi di giocattoli, il buon Johnson ha ingaggiato un’equipe di miniaturisti cinesi, i quali hanno realizzato fin nei minimi dettagli le riproduzioni dell’attuale squadra nazionale delle Bahamas.
Le reazioni sono state molto diverse nei vari ambiti, dalla FIFA alla semplice carta stampata. La prima dichiarazione è stata di Joseph Blatter: “Non credo che Johnson abbia fatto bene a spendere tutti quei soldi, anche se è sempre più onorevole un gesto simile che cadere in area al 92° di un ottavo di finale di un mondiale”. Poi è toccato a Michel Platini: “Personalmente, è una cosa che mi fa sorridere. Quasi come vedere Totti prendere calci in ogni parte del campo”. Infine, si è espresso l’ex-Premier italiano, Silvio Berlusconi: “L’avrei fatto anch’io. Anzi, fossi in Johnson riconterei uno per uno i giocatori. I cinesi, si sa, hanno il broglio nel sangue. E mangiano bambini, mi consenta”.
La stampa locale, dopo essersi limitata a riportare la semplice notizia, ha scagliato una forta accusa a Johnson e a come si dedica alla gestione dei fondi. È sua la colpa, anche secondo l’opinone pubblica, del fatto che non ci siano più i soldi per iscrivere la nazionale di calcio stessa alle prossime qualificazioni per Sud Africa 2010.
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Partiamo dal presupposto che c‘è gente non interessata allo sport, tipo che la incontri per strada e vorresti salutarla, ma questa gente qui ti anticipa proprio nel mentre che stai per dare fiato alla bocca, e ti dice “Il calcio non è la verità”. Ecco, vabbe’, passi avanti e nemmeno ci pensi più, come giusto che sia.
Poi, mentre sei a casa e fai zapping, un po’ ci ripensi: sì, perché sennò saresti costretto a cedere alla tentazione di cercare ‘Berlusconi Silvio’ sulle pagine bianche, per urlargli “No dai, dico davvero, le schede te le conto io, basta che la pianti!”, ma fortunatamente sono già le 20:01 e tua madre ti dà il piatto di pasta fumante perché non puoi mica mangiare durante la partita, dovessi lanciare il cibo sul soffitto.
Alle 20:30 inizia finalmente il Derby capitolino, che è ben diverso da quello della “Madunìna” e quello della “Lanterna”, senza contare poi quello della “Mole”: ora, a parte gli scherzi, io non vi vedo mica, nel resto d’Italia, a prendervi per il culo pesantemente per una partita di calcio. Non ho mai sentito il Berlusca affermare che “è meglio essere frocio che interista”, o un politico doriano a caso dire la stessa cosa sul Genoa. Ecco, quello che ha litigato con la Mussolini, come cazzo si chiama, OH!, quello che stava alla sanità... Vabbe’, ‘sto tizio qua, romanista, l’ha detto (Ah, ecco, Storace. Grazie Anto’) dando contro ai laziali.
Insomma, inizia il derby e non è una bella cosa. Ogni azione che parte dalla trequarti in su è un potenziale “A MERDEEEEEEEEE!” che potresti andare prontamente a urlare a un qualsivoglia laziale nelle vicinanze (cacchio, s‘è scoperto che sono romanista). E così, però, vale pure il contrario. E tipo che se tu sei uno abituato a contare i passaggi e a scorgere le incursioni sulla fascia o l’altalenante linea difensiva di uno schieramento a quattro, durante il Derby capitolino l’unica cosa che conta è vedere la palla dentro la porta avversaria.
Ricordiamo tutti il mese di festeggiamenti che nemmeno ai tempi dell’antica Roma sarebbe stato immaginabile, grazie a quell’autogol di petto segnato dal laziale Negro (Paolo Negro, eh…).
A dir la verità, non mi ricordo più di cosa sto parlando. Ma se proprio volete indagare, vi consiglio di andare su google e digitare “lazio-roma 10 dicembre 2006” e “rimozione freudiana”.
Ora, se siete stati attenti, vi ricorderete del presupposto iniziale: bene. Sono convinto che molta gente del tipo descritto all’inizio si annida qua dentro. Senza rancore però, eh!
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Sono le quattro e quarantotto.
Di pomeriggio.
Tra dieci minuti si accenderà il lampione, là, fuori dalla finestra.
Colerà diligentemente la sua pozza di luce giallastra sulla strada, che ora è appena adombrata dalle tenebre più acerbe. Fenderà con strenui barbagli la foschia che già comincia a montare, rendendo il quadro della mia finestra qualcosa di simile ad una dissolvenza incrociata alla Wiene.
Quasi mi aspetto di veder comparire doktor Caligari col suo fido zombie. Un nugolo di zanzare sosta confusamente a pochi centimetri dal vetro. Suppongo che il loro sopravvivere sino a metà novembre superi le migliori previsioni di Darwin.
Del resto si vedevano sino a poco fa passare a media altezza stormi migranti di rondini che, onestamente, parevano non poco confuse nelle loro highways nembiche. I due soli drappelli che ho osservato andavano in direzioni diametralmente opposte.
Se avessi quel bel paio d’ali non mi vesserebbe alcun dubbio: svernerei al tavolino d’un caffé moresco di Tunisi, ad ascoltare dal mattino all’imbrunire la métro léger stridere sulle rotaie. Il cielo si affumica lentamente e senza pietà, così attendo che apra allo sguardo la solita strada siderale.
Trovo spassoso che col buio si veda più in là di quel che si può sondare alla piena luce del meriggio, e come si schiantino in polvere stellare tutti i nostri santi divieti, le nostre migliori metafore e le ingenue ansie da terrestri claustrofobici.
Una notte che ha come unico nemico quel lampione ch’io attendo s’accenda, paladino miserando della civiltà che fronteggia la natura madre e matrigna, avversario chisciottesco dei ritmi imposti dal sole, genio tutelare dell’umano desiderio di emanciparsi dai vincoli solari.
Povero lampione.
Sapesse quale compito ingrato è stato accollato al suo barcollante lumicino, migrerebbe anche lui a sud.
Un giorno di questi mi fermerò lì sotto, ai suoi piedi, ed invece di notare le infiltrazioni bluastre trasudate dai bulloni, che lo percorrono come cicatrici, lo inviterò ad accompagnarmi ad uno di quei tavolini arabescati del Nord Africa. Algeri, Tunisi, Rabat, Tripoli. Dove preferisce.
Sono scoccate le cinque.
Le luci della strada si svegliano con un fulmineo stiracchiamento.
Ma lui no, che fa, indugia?
Cinque e due minuti. Il lampione non s’è acceso.

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