Non ho un nome · 30 gennaio, 21:54

sbregola


Sto cercando di salvare almeno le mie mani in questa stanza invernale in cui i fogli sono sparsi sul pavimento, e il computer sospeso nell’aria. un’aria assorbita solo dalle mani,
sole ad essiccare come pomodori al sole.

La mia testa legge rivolta all’insù verso il monitor che riproduce testi altrui,
“non ho mai fatto l’amore con la mia città”
non ho mai fatto l’amore neanche con questa stanza. che tra poco crollerà insieme al mio telefono, nel silenzio più assordante.

Ho come un ronzio di sette lettere, in quella testa lì in alto come ciò che vuole raggiungere.
Ci sarebbe anche qualcosa sul fondo,
ma non mi va di raschiare.
se muovessi i piedi, sentirei stridere la carta.

E’ notte. e potrei svegliare il mio coinquilino adolescente.
Se solo questa particolarità, non si pagasse. o si barattasse con l’egoismo.
così sarei soltanto tranquilla.
più dell’apparenza.

Se cercassi di coprirla con John Legend. o soltanto una musica. delle tante
che quella stessa particolarità mi ha donato,
insieme ad un gusto.
per l’estetismo.
troppo sbagliato e superficiale.
E che troppo spesso scotta. come le mie mani immerse nello yogurt.

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ed era mezzanotte · 26 dicembre, 23:40

francesca


“un giorno ti stuferai. o no? forse no. forse rimarrai fermo e stabile nel tuo nido di convinzioni assurde, secondo cui l’amore è eterno, secondo cui io sono perfetta per te. secondo cui non c‘è niente di meglio di un mio sorriso alla mattina appena svegliato.”

è successo così, quella sera: mi hai aperto gli occhi ed era mezzanotte. niente di peggio di sentirsi dire che è tardi per ricominciare. è questo che hai fatto: credendomi l’ultimo dei cretini, guardandomi con aria di sufficienza, sperando che mi voltassi dall’altra parte e continuassi a dormire lasciandoti fare le valigie in silenzio,sei uscita dalla mia vita.

mi sono chiesto quale modo peggiore avresti potuto trovare per dirmi quello che pensavi, quale momento peggiore per capire che io non ero l’uomo giusto per te, o per meglio dire, che non facevo a caso tuo. che avresti preferito, che so, un ballerino brasiliano o non so quale altro pompato muscoloso scemo che non facesse altro che guardarti con aria ebete. anch’io lo facevo: anch’io rimanevo incantato nel tuoi occhi quando guardavamo un film, e puntualmente mi perdevo tutta la trama e dovevo chiederti di rivederlo da capo. così tu ti scocciavi, ti alzavi, e ti chiudevi in bagno. ne uscivi con venti strati di fondotinta in più, che coprivano perfettamente le tue lentiggini che tanto amavo, e te ne andavi con non so quale amica in non so quale locale forse-un-pò-troppo-chic-per-me (cit.).

tutto questo per dire, che è stata proprio quella frase ad aprirmi gli occhi, a farmi capire che è veramente così, è come dicono tutti: voi donne siete le peggio creature che il signore potesse creare, e se avessi potuto scegliere se continuare a sentire la tua voce petulante fare idiote battuttine sul mio ultimo paio di boxer oppure andarmene in Finlandia a pescare tonni, beh, stanne certa, avrei scelto la seconda opzione. senza nulla togliere al tuo senso dell’humor, che per mia sfiga era più triste di una puntata di Buona Domenica.
era il giorno del mio compleanno, o per meglio dire, allo scoccare della mezzanotte, mentre tu sbattevi la porta gridando non so quale inconsulta offesa verso un qualche dio celeste, io compivo la bellezza di vent’anni. come se uscire dall’età dell’adolescenza per entrare in quella della pseudo-maturità fosse già lì per sè una passeggiata.

non è serata per ricordare tutte le cose belle passate assieme, qualunque esse siano: non ricordo nemmeno più quante volte hai cambiato colore di biondo in quei sei miseri mesi di convivenza, e quanti tipi diversi di smalto tu ti sia attentamente applicata sulle unghie, vedendo bene di ignorarmi con la tua non insolita aria da paris hilton. mi è più facile, per ora, collezionare nella mia testa tutte le volte che hai preferito uscire con il tuo obeso e puzzolente cagnolino che venirtene con me a fare una passeggiata.
e se vuoi saperlo, anche se non vorrei disturbarti ora che ti vedo lì seduta con le amiche che non mi hai mai voluto presentare, non ho passato niente di più noioso nella mia vita delle nostre serate all’insegna della cucitura dei tuoi pantaloni sbrindellati dai tuoi tacchi a spillo.

(visto? ce l’ho fatta fino alla fine a mantenere la calma, vedi una parolaccia da queste parti?)
stronza.

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nomi che suonano familiari; vorrei e dovrei. · 21 dicembre, 21:25

francesca


Succederà che anche tu perderai e nemmeno te ne renderai conto.
la maestra alle elementari ti faceva ripetere le tabelline, ora le sai a memoria e non ti servono più a nulla; alle medie dovevi imparare tutti i fiumi dell’Emilia-romagna, al liceo cinquecento versi dell’Iliade. bene. oggi ti accorgi che nulla di tutto questo ti è mai servito a nulla. perché la memoria va a puttane e a te, neanche interessa molto saper fare i calcoli o ricordarti in che fiume ti si è impantanata la macchina l’ultima volta o quale cazzo fosse quella città di merda in cui abitava Menelao. così finisci per voler ricominciare da capo, e imparare tutte quelle cose che ti sei perso in circa dieci anni della tua ancora misera e corta vita.

poi non ti va nemmeno di sederti e far filosofia; non ti vengono le frasi giuste al momento giusto, non sei sveglio, non sei bello, non sai nemmeno come si accende una sigaretta, e l’unica volta che hai provato hai aspirato il filtro. non ti ricordi i compleanni e figurati se riesci a disegnare qualcosa di decente, perché gli animaletti che disegni a tuo nipote sembrano più bradipi che cavalli.

alla fine non sai nemmeno come hai fatto a perdere tutto quel tempo. le notte alzato a studiare, i minuti contati, i dieci minuti di svago il pomeriggio, i pranzi saltati per correre dalla tua ragazza che guarda caso ha avuto la brillante idea di andarsene col tuo migliore amico in un villaggio sperduto in Nuova Zelanda. ti rendi conto, povero imbecille, che quel fare troppe cose equivaleva a non fare proprio nulla. forse era meglio leggere più libri che imparare tutte quelle nozioni inutili e povere.
ora ti viene da piangere. e non ti ricordi nemmeno perché. tuo nonno i consiglia una cura al fosforo, come fa lui. non vedi che ora ricorda proprio tutto?
tuo nonno ha combattuto coi fascisti. con la sua aria antica ti osserva sorridente dalla sua poltrona e ti chiede

un altro whisky figliolo?

(pensa che non sei nemmeno sicuro che Emilia si scriva così. controlli e scopri che esiste pure il sito ufficiale di questa regione di merda.)

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the great lamp in the sky · 5 dicembre, 17:20

coseymo


Sono le quattro e quarantotto.
Di pomeriggio.
Tra dieci minuti si accenderà il lampione, là, fuori dalla finestra.
Colerà diligentemente la sua pozza di luce giallastra sulla strada, che ora è appena adombrata dalle tenebre più acerbe. Fenderà con strenui barbagli la foschia che già comincia a montare, rendendo il quadro della mia finestra qualcosa di simile ad una dissolvenza incrociata alla Wiene.

Quasi mi aspetto di veder comparire doktor Caligari col suo fido zombie. Un nugolo di zanzare sosta confusamente a pochi centimetri dal vetro. Suppongo che il loro sopravvivere sino a metà novembre superi le migliori previsioni di Darwin.
Del resto si vedevano sino a poco fa passare a media altezza stormi migranti di rondini che, onestamente, parevano non poco confuse nelle loro highways nembiche. I due soli drappelli che ho osservato andavano in direzioni diametralmente opposte.

Se avessi quel bel paio d’ali non mi vesserebbe alcun dubbio: svernerei al tavolino d’un caffé moresco di Tunisi, ad ascoltare dal mattino all’imbrunire la métro léger stridere sulle rotaie. Il cielo si affumica lentamente e senza pietà, così attendo che apra allo sguardo la solita strada siderale.
Trovo spassoso che col buio si veda più in là di quel che si può sondare alla piena luce del meriggio, e come si schiantino in polvere stellare tutti i nostri santi divieti, le nostre migliori metafore e le ingenue ansie da terrestri claustrofobici.

Una notte che ha come unico nemico quel lampione ch’io attendo s’accenda, paladino miserando della civiltà che fronteggia la natura madre e matrigna, avversario chisciottesco dei ritmi imposti dal sole, genio tutelare dell’umano desiderio di emanciparsi dai vincoli solari.
Povero lampione.
Sapesse quale compito ingrato è stato accollato al suo barcollante lumicino, migrerebbe anche lui a sud.

Un giorno di questi mi fermerò lì sotto, ai suoi piedi, ed invece di notare le infiltrazioni bluastre trasudate dai bulloni, che lo percorrono come cicatrici, lo inviterò ad accompagnarmi ad uno di quei tavolini arabescati del Nord Africa. Algeri, Tunisi, Rabat, Tripoli. Dove preferisce.
Sono scoccate le cinque.
Le luci della strada si svegliano con un fulmineo stiracchiamento.
Ma lui no, che fa, indugia?
Cinque e due minuti. Il lampione non s’è acceso.

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la favola della buonotte · 24 novembre, 15:05

antonio


«innanzitutto, miei cari bimbadorati, vorrei sapere perché buonotte, chi è stato?»
«io – disse un bimbetto speciale – e se ci hai problemi lo dico all’autore che ti fa finire tutto dentro ai pescicani!», e prima con la bocca e poi con tutte e due le braccia mimò le movenze dei predatori marini, suscitando tra gli altri bimbi paura, stupore e ilarità insieme, manifestati in coro da grandi sbadigli.
«sssì, certo – rispose quello, non sapendo che l’autore sono io ma questa volta passi – cominciamo pure: la favola di questa sera parla della fantastica storia degli annunci e di come, dopo mirabolanti avventure, il nostro giovane eroe riuscì nell’impresa».
«a piero angela, hai finito cor sommario? voi comincia’?»
disse il grazioso pacolancianino, chiamato così per la sua evidente e morbosa predilezione verso quel programma, tanto da essere stato scoperto mentre si masturbava durante un servizio sulla pompa idraulica.
«comincomincio! allora, c’era una volta, nel grande regno di Ortiense, un piccolo fiammiferaio.
Trentaduenne.
Sopravvissuto ai temibili inverni di quella regione grazie alla carne di una sua compagna di vendite, morta disgraziatamente due o tre decenni prima, non per il freddo e l’avarizia della gente, ma perché, scivolata per un po’ di neve sopra al marciapiede, cadde di schiena e, grande e grossa com’era (non fate caso alle altre versioni, era davvero così) non riuscirono a sollevarla, anche perché dopo due minuti sarebbe iniziato il nuovo film di Marisa Lauvito nel cinema lì di fronte, e vuoi per l’argomento trattato e la drammaticità di alcune immagini, o la pesantezza dei pop corn, tutti si dimenticarono di lei, tranne il suo compagno di vendite, che, vedendo tanta sofferenza, commosso prese un parchimetro e pose fine ai suoi dolori; per di più, incapace di sfiorare anche soltanto col pensiero il capitalismo e le proiezioni di vendita, tumulò la poveretta sotto la neve, poi ne riscaldò un pezzetto coi fiammiferi, che, badate bene! non pensava nemmeno a vendere! anima pia, vile e umile! e se ne riempì lo stomaco.
E così per tanti anni, fino a quando un errato investimento in pellicce di tofu lo costrinsero a provare fortuna con la grande rete. Caduto in mare, sfociò su internet.
Incapace di sfondare nel campo dei casino online a tema cattopornografico, decise di prendere la via più assurda e surreale, cioè fare un sito assurdo e surreale.
Ma come fare a portare la gente diffidente e altezzosa di questi tempi a scrivere e/o a leggere? pensa che ti ripensa, gira che ti rigira, trovò l’idea sfogliando un giornale assolutamente normale, qualcuno dice guardando gli annunci erotici, qualcuno i necrologi, ma comunque sia, decise di appiccicare un po’ in giro degli annunci».
» » ..iazza telematica.. » ..stam.. » ..pigro.. » ..gesù.. » » cominciò a premere un bimbetto sul telecomando, e come per magia o come per l’uso di svariati stupefacenti inizianti con la e, ci avvicinammo tutti alla fine.
«...ipesteria, dove fare delle fotocopie di quegli annunci, entrò e disse: “sera, vorrei fare delle fotocopie”, e il tizio dietro al bancone, che assomigliava a uno dei trettrè o a tutti e tre insieme (raccapriccio!) disse: “la ùno, la due o la trè?”, eh vabbè ora leggo quello che si sono detti non c’ho voglia di dire sempre chi ha detto cosa! è anche tardi, e allora:
“eh non so come si usano”
“come a maic bonggiorno!”
“non so…”
“la ùno, la due o la trè?”
”...come si usa…”
“eheh, come a maic bonggiorno!”
”...no”
“la uno!”
E il nostro povero eroino, aperto lo sportello magico, intromise il foglio nella maniera più sbagliata possibile al mondo, dopo la posizione verticale. Contravvenendo alle regole del servizio, in barba ai più severi codici, il comico venditore raggirò il bancone e si pose al suo servizio.
“giralo! noccosì, così! ecco!”
Il mostro mangiacarta le buttò fuori (non vi dico da dove) belle inchiostrate e perfette e soprattutto totalmente sbagliate, se metti il foglio in posizione orizzontale, e girato il quale, buttate le prime, superate le diffidenze, tutto si risolse al meglio.
Pagate soltanto le ultime dieci copie, il nostro eroe, intabarrato e fiducioso per il futuro, prese un autobus al volo e scomparve nel vento… piaciuta?».
Ma i poveri bambini particolari dormivano già, sognando, chi di essere morto, chi di diventare calvo, qualcosa di meglio.

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Sposa bagnata.. · 7 ottobre, 18:23

sbregola


Ho alzato gli occhi al cielo, per vedere da dove venisse la pioggia. e con essi, le mani. per toccarla per prima.
In mente una strofa felice, che lievitava insieme alle braccia.
Lunghe dita hanno accolto fitte gocce scure, facendosi solleticare.
Le ho guardate a lungo formarsi in ogni piega della pelle e dei tessuti. sperando si confondessero e non si spegnessero nella solitudine. Ne ho fatto una scia omogenea. scontrandole tra loro. e su di me.
creando una seconda pelle.
sperando sapessero entrare,
sono entrate.

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il gatto solista · 25 settembre, 14:58

valerio


Mi muovo pesante, nonostante le leggende sul mio conto.
Ne ho ingoiati un paio e anche io ho i miei problemi.
Sono triste come il mio pelo.
Stanco di fare la guardia a un buchetto.
Non me lo merito.
Quello che ascolto sembra provenire da un cortile di scuola.
Un intenso vociferare, incomprensibile nel contenuto, ma carico di vita.
Sento freddo e mi acquatto.
Una lacrima: è la mia vergogna, di voler essere un topo.

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